Federica Bonetta: “Il l futuro del vino non è solo nel calice”

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Di sé stessa dice: “Sono forza in movimento che non si ferma mai. Sono affamata di vita, di emozioni forti, di tutto ciò che mi spinge a scoprire e a superare i miei limiti. Ho un’energia che mi guida ovunque: nei momenti di gioia, nelle sfide e persino nei fallimenti, che considero occasioni preziose per crescere”. Ad osservarla, così esile e minuta, non si direbbe che in lei possa esserci tanta forza. Eppure, è così. Le idee su cià che desidera e sui suoi obiettivi, le ha molto chiare. Parliamo di una giovanissima del mondo del vino, Federica Bonetta, brand manager ed export manager dell’azienda di famiglia Cristo di Campobello, che si trova a Campobello di Licata, nell’agrigentino. Federica fa parte di quella che Assovini Sicilia, ha definito la Next Generation, la nuova nouvelle vague del vino, fatta da giovani generazioni unite nel portare un vento di cambiamento. 

Ed è proprio di cambiamento e di nuove tendenze che vogliamo parlare una Federica, così entusiasta della vita. “Per me, vivere non significa solo esistere, ma lasciare un segno, trasformare ogni giorno in qualcosa che valga la pena ricordare. Credo che la vita vada vissuta con intensità, e questo mi porta a dire di sì a nuove avventure, a osare anche quando il rischio è alto, a sognare in grande senza dimenticare l’importanza di restare fedele a me stessa. Federica è questo: un mix di passione, curiosità e determinazione, con uno sguardo sempre rivolto verso il prossimo traguardo”.

Negli ultimi anni sei entrata nell'azienda di famiglia, Cristo di Campobello, ma come nasce l'amore per il vino?

L’amore per il vino è sempre stato una fiamma che ardeva in sottofondo, una presenza costante ma silenziosa. Da bambina, il vino faceva parte della mia quotidianità: le vigne, le vendemmie, i profumi della cantina, le passeggiate con papà Mimmo mano per la mano, erano un mondo che mi apparteneva senza che ne fossi pienamente consapevole. Era normale, era casa. Ma il vero momento di svolta è arrivato dopo il liceo, quando ho lasciato la Sicilia per trasferirmi a Milano.

Milano mi ha dato la distanza necessaria per vedere il vino con occhi nuovi. Lontana dalla mia terra, ho capito che il vino non era solo una tradizione di famiglia, ma un linguaggio universale, capace di raccontare storie e di connettere persone di culture diverse. Ogni volta che parlavo di vino con chi non conosceva la nostra storia, sentivo il fascino di questo mondo e capivo quanto fosse potente. Milano è stata la mia prima grande sfida: mi ha insegnato a guardare oltre, a pensare in grande, e a capire che il vino non è solo il prodotto di una terra, ma anche di chi la vive e la racconta. Da allora, l’amore per il vino è diventato qualcosa di consapevole, una passione che mi spinge a cercare, ad esplorare e ad imparare. Per me, il vino è emozione liquida: è un ponte tra chi lo produce e chi lo beve, è una storia che viaggia e lascia un segno. Ogni giorno mi ricorda che, anche se ho scelto di esplorare il mondo, le mie radici sono sempre lì, pronte a dare forza a ciò che costruirò.

Qual è oggi il tuo ruolo in azienda?

Oggi sono Export Manager e Brand Manager per Cristo di Campobello, ma per me questi non sono solo titoli: sono modi diversi di vivere e raccontare ciò che amiamo fare ogni giorno. Come Export Manager, il mio compito è portare i nostri vini nel mondo, ma ciò che mi spinge davvero è il desiderio di far viaggiare la nostra storia. Ogni bottiglia è un messaggero della Sicilia, e il mio lavoro è far sì che arrivi a destinazione con tutta la sua autenticità e la sua anima.

Come Brand Manager, mi occupo di dare un’identità forte e riconoscibile al nostro marchio, facendo in modo che ogni scelta – dalle etichette al modo in cui ci presentiamo – racconti chi siamo. Per me non si tratta solo di comunicazione: è un atto di connessione. Voglio che chiunque si avvicini ai nostri vini non si limiti a berli, ma li viva, li senta propri, come se fosse parte di un viaggio che inizia tra i filari di Campobello e arrivi al loro calice.

Questi ruoli mi permettono di crescere continuamente, di imparare da ogni mercato e da ogni persona che incontro. Non è un lavoro statico: è un continuo dialogo con il mondo, che mi spinge a innovare, a mettermi in gioco e a immaginare cosa possiamo essere, domani, senza mai perdere ciò che siamo oggi.

Oggi pare che i consumi di vino calino e che i giovani in particolare preferiscano bere altro. Tu cosa ne pensi? Credi che sia possibile cambiare questo trend? 

Non credo che i giovani bevano meno vino perché non lo apprezzano; penso piuttosto che spesso non si sentano capiti dal mondo del vino. Il vino viene percepito come qualcosa di distante, avvolto in un’aura di sacralità che lo rende rigido e tradizionale, poco accessibile alle nuove generazioni. È qui che possiamo fare la differenza. Credo che il vino debba smettere di insegnare e iniziare ad ascoltare.

Per i giovani, il vino può essere creatività, ribellione, un mezzo per esprimere la propria identità. Dobbiamo abbattere il muro di sacralità che spesso lo circonda e renderlo più giocoso, più libero, un’esperienza che sentano propria. Penso a eventi non convenzionali. Immagino percorsi digitali immersivi, racconti visivi che sappiano parlare delle loro passioni e delle loro emozioni. Non si tratta di adattarsi a loro, ma di includerli in un mondo che diventi anche il loro.

Il futuro del vino non è solo nel calice: è nelle connessioni e nelle emozioni che sa creare intorno a sé. Credo che, se solo riuscissimo a renderlo parte della loro vita e delle loro storie, i giovani non solo tornerebbero a bere vino, ma lo amerebbero davvero.

Cosa serve oggi ad un'azienda per essere scelta dal consumatore? E ai vini?

Oggi un’azienda deve essere molto più di un produttore: deve essere un narratore, qualcuno che ha il coraggio di osare, di raccontare storie che sorprendano o/e ispirino. Non basta essere autentici: bisogna avere una visione, avere il coraggio di prendere posizione e di far sentire al consumatore che sta scegliendo qualcosa di più grande, qualcosa che parli di valori profondi e condivisi.

E i vini? Devono uscire dagli schemi, avere un’identità forte e, soprattutto, emozionare. Il vino contemporaneo deve essere una sorpresa, una scoperta, un’esperienza che possa sfidare i preconcetti. Penso che debba saper unire profondità e leggerezza, memoria e innovazione, creando un equilibrio che non mai scontato. Un vino memorabile è quello che ti colpisce non solo per il gusto, ma per l’emozione che lascia, per il modo in cui riesce a farti dire: “Non avrei mai immaginato che fosse possibile.”

Il futuro appartiene a quelle aziende e a quei vini che sanno essere audaci, che sanno creare connessioni autentiche tra generazioni, territori ed emozioni. E credo che sia questo, alla fine, a rendere renda un’azienda e un vino indimenticabili.

La comunicazione del vino dovrebbe cambiare secondo te per andare incontro ai giovani? In che modo?

Sì, credo che la comunicazione del vino debba evolversi per parlare veramente ai giovani. Oggi, il vino viene spesso percepito come qualcosa di distante, legato a un’immagine tradizionale che può sembrare rigida o inaccessibile. Ma il vino può essere molto di più: può essere creatività, libertà, espressione. La chiave sta nel raccontarlo in modo autentico e fresco, eliminando quella patina di formalità che a volte lo rende difficile da avvicinare. 

Cosa ti aspetti dal futuro in azienda?

Mi aspetto un viaggio ricco di sfide, trasformazioni e scoperte. Per me, l’azienda di famiglia non è solo un lavoro, ma una parte viva della mia identità. È il luogo dove le radici incontrano le ambizioni, dove il passato diventa ispirazione per costruire qualcosa di nuovo.

Non mi aspetto un percorso lineare o facile, perché non lo voglio. Credo che le difficoltà siano occasioni per crescere e migliorare, e sono pronta ad affrontarle con tutto l’entusiasmo e la determinazione che mi caratterizzano. Mi vedo in un ruolo che unisca strategia e creatività, unendo l’esperienza che sto accumulando oggi nel mondo della finanza con l’amore profondo per la nostra terra e i nostri vini.

Il mio sogno è rendere Cristo di Campobello un punto di riferimento, non solo per la qualità delle sue bottiglie, ma anche per i valori che trasmette. Voglio che sia un’azienda che racconti una storia capace di ispirare, una storia che parli di coraggio, innovazione e amore per la terra.

Il futuro in azienda, per me, non è solo un traguardo da raggiungere: è un viaggio che voglio vivere intensamente, giorno dopo giorno, con la consapevolezza che ogni passo, anche il più piccolo, sia un’opportunità per costruire qualcosa di straordinario.

Secondo te, che caratteristiche dovrebbe avere un vino contemporaneo? Il vino del futuro, insomma.

Il vino del futuro sarà molto più di una bevanda: sarà un ponte tra emozioni, storie e generazioni. Deve essere un racconto liquido, capace di evocare la terra da cui nasce ma anche di proiettarsi verso nuovi orizzonti. Il vino contemporaneo deve sfidare, sorprendere e, soprattutto, emozionare. Un vino che non abbia paura di esplorare strade inaspettate, come un packaging innovativo o un accostamento insolito, ma che mantenga sempre il cuore della sua identità. Deve essere inclusivo, capace di parlare a chi lo conosce già e a chi lo scopre per la prima volta.

Ma soprattutto, il vino del futuro deve essere sostenibile in senso ampio: rispettoso della terra, delle mani che lo producono, delle persone che lo bevono. Penso a un vino che non solo rispetti l’ambiente, ma che sia anche un simbolo di responsabilità sociale, un messaggio di cura verso il mondo.

Quali sono i territori del vino che preferisci? E cosa ti piace bere?

I territori che amo di più sono quelli che mi parlano direttamente al cuore, quelli che riescono a connettermi con qualcosa di profondo. La Borgogna, per esempio, è un luogo che sento quasi mistico. È una terra dove ogni vigneto sembra avere una voce unica, dove i vini sanno raccontare storie diverse, intime, che riescono sempre a sorprendermi. Amo il modo in cui lì la tradizione e la cura per i dettagli si intrecciano, creando vini che invitano a fermarsi, a riflettere, a lasciarsi trasportare. Il Rodano, invece, mi colpisce per la sua energia. È un territorio che sento vivo, dinamico, capace di tradurre la forza della natura in vini intensi ma mai eccessivi. Mi emoziona come riesca a combinare generosità e struttura, regalando ogni volta un’esperienza che sa di calore e autenticità.

E poi c’è il Piemonte, che per me è introspezione. I suoi vini sono come vecchi amici: inizialmente silenziosi, ma che con il tempo si aprono, rivelando una profondità che ti resta dentro. Amo questa terra perché ti insegna ad avere pazienza, a non avere fretta di capire tutto subito, e a lasciarti conquistare poco alla volta.

Al di fuori dei vini aziendali, cerco sempre qualcosa che mi sorprenda, che mi faccia viaggiare anche solo con un sorso. Adoro scoprire vini di territori meno conosciuti, quelli che ancora hanno il coraggio di rischiare e di raccontarsi senza filtri. Ogni calice è per me un momento di scoperta, un’occasione per connettermi con chi ha lavorato quella terra, con le sue tradizioni e i suoi sogni.

Il vino, in fondo, è questo per me: un incontro. È un modo per ascoltare il territorio, per vivere emozioni che non ti aspetti e per sentirti, anche solo per un momento, parte di qualcosa di più grande.

Come immagini Federica da grande?

Mi immagino come una Donna che ha vissuto intensamente ogni esperienza, che ha osato, sbagliato, appreso e costruito qualcosa di significativo. Voglio essere una persona che non ha mai smesso di credere nel potere delle sue passioni, che ha trasformato ogni sfida in un’occasione per crescere.

Mi vedo alla guida dell’azienda di famiglia, ma con una visione che abbracci il passato e il futuro. Sogno un’azienda che non sia solo un produttore di vino, ma un punto di riferimento per innovazione, sostenibilità e connessione con le persone. Voglio portare con me tutto ciò che sto imparando oggi, mescolando strategia e creatività per creare qualcosa che lasci un segno.

Al di fuori del lavoro, mi immagino come una persona che ha saputo bilanciare ambizioni e felicità, che ha trovato il tempo per viaggiare, amare e vivere appieno. Voglio guardarmi indietro, un giorno, e poter dire: “Ho vissuto davvero, senza rimpianti.”

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