Federico Graziani: “L’Etna è un campionato dove si confrontano grandi squadre e battitori liberi”

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di Francesca Landolina

Il suo legame con l’Etna è da immaginare come un amore a prima vista, lo stesso che ti sconvolge, che ti toglie il fiato e ti fa capire che da lì in poi qualcosa di inevitabile sta per accadere. Federico Graziani, miglior sommelier italiano del 1998 ed ex sommelier di grandi chef di fama come Gualtiero Marchesi, Carlo Cracco e Aimo Moroni, si innamora perdutamente dell’Etna e sceglie di produrre lì il suo vino, dopo aver visto un vigneto secolare di mezzo ettaro alle pendici del vulcano, in contrada Feudo di Mezzo, a Passopisciaro, sul versante nord. Proprio da lì nascerà il suo Profumo di Vulcano: un vino che diviene subito un successo; che qualche anno dopo avrebbero bevuto alcuni potenti del mondo al G7 nel 2017; che sarebbe finito nella carta vini dell’Osteria Francescana di Massimo Bottura e in quella del migliore ristorante al mondo, il Geranium di Copenaghen.

Come definiresti il tuo rapporto con il vino?

Simbiotico. Ho iniziato a 15 anni e il vino ha scandito ogni momento della mia vita. Ne ho fatto il fulcro della mia professione di sommelier, ne ho fatto una passione di vita, l’ho attraversato comprendendone le dinamiche commerciali con l’attività di consulente per Feudi San Gregorio in passato, l’ho studiato per esaltarlo in abbinamento ai piatti ed infine l’ho prodotto realizzando il mio più grande sogno. Posso dire che il mio rapporto col vino è un rapporto intenso e viscerale.

Quando comprendi che è ora di fare il grande salto e di produrre vino dell’Etna?

La vista del vigneto secolare a Feudo di Mezzo è stata per me una visione magnetica. In quell’istante ho capito quale sarebbe stata la mia nuova vita.

Quali sono stati i momenti di maggiore soddisfazione che ricordi?

Uno è senz’altro il G7 a Taormina, quando il sommelier Alessandro Malfitana ha fatto degustare il mio Profumo di Vulcano ai potenti del mondo. Poi, l’essere in carta nei migliori ristoranti in Italia e al mondo. Ma direi che non passa giorno in cui non abbia una piccola soddisfazione che mi fa essere grato.

L’Etna del vino ti ha stregato. Lo ha fatto e lo fa con molti. Ma dove sta andando adesso?

Mi piacerebbe tanto saperlo. Sicuramente, il cambiamento è stato forte. Quando sono arrivato sull’Etna eravamo ancora un numero contenuto di aziende. Dopo la mia, hanno fatto ingresso circa 200 aziende nuove e oggi se ne contano 260 circa. Quindici anni di produzione sono niente, ma sono considerato ormai un veterano rispetto ai nuovi arrivati. Il livello qualitativo generale è migliorato e si nota al calice.

Credo che questo boom produttivo crescerà ancora ma lascerà qualche strascico. Intendo dire che ci saranno tante piccole aziende che saranno inglobate, perché più della metà hanno numeri non sostenibili. Ci sarà quindi una ristrutturazione più importante.

E rispetto al mondo, in quale direzione va l’Etna?

Ha già un ruolo fondamentale tra le migliori zone di vino al mondo. Una produzione di bottiglie ancora piccola, grande quasi quanto quella di una singola azienda in altre regioni italiane. Per questo simile alla Borgogna.

L’Etna come la Borgogna?

Non amo paragonarla, a dire il vero. Dal punto di vista del frazionamento sì, c’è similitudine. Per il resto, sappiamo che le due zone hanno mercati diversi, vini diversi. Il prezzo medio della bottiglia è diverso e anche il livello qualitativo.

Significa che per quanto se ne dica, la Borgogna è insuperabile?

Bisogna riconoscere che i picchi qualitativi della Borgogna non ci sono sull’Etna, per ragioni legate all’evoluzione storica dei vitigni e del legame che hanno con essi le comunità. Sull’Etna per molti anni è mancata la capacità enologica. Non potremmo mai paragonare 15 – 20 anni a mille anni di storia. 

Perché i vini dell’Etna piacciono al mondo?

Sono contemporanei e incarnano uno stile di vino che il consumatore raffinato richiede. In Italia ci sono altri vini buonissimi, ma non contemporanei perché hanno caratteristiche che li distanziano dal nuovo modo di bere.

E la Sicilia?

Ci sono zone in Sicilia che consentono di fare buone produzioni, per esempio nelle isole vulcaniche, nella zona di Menfi o di Vittoria, nella zona del Faro Doc, che mi sembra potenzialmente interessante. Ma manca in queste zone una caratteristica etnea: sono meno attrattive per investimenti dall’estero. Basti pensare, come prova, a quante aziende siciliane si sono spostate sull’Etna. Fuori dall’Etna, i produttori sono spesso solisti, non si confrontano in un campionato di grande livello dove ci sono grandi squadre (aziende più strutturate) e giocatori liberi. Sul vulcano, il confronto è inevitabile ed è questo il valore che regala la diversità di stili e di idee.

Per te l’Etna e la Sicilia, dunque, sono due brand distinti e separati?

Direi di sì

I bianchi dell’Etna stanno crescendo da quanto emerge dai recenti dati. Perché questo trend?

Sono in linea con quanto richiede il mercato: vini contemporanei che non impegnano troppo il palato. Nel 2008 gli Etna bianco erano poco più del 10 per cento della produzione, oggi la percentuale è più che raddoppiata. In passato poi erano poco comunicati. Nell’immaginario si ergeva solo qualche vino come fenomeno solitario. Oggi ci sono grandi bianchi quasi in ogni versante.

Cosa pensi della Docg?

Potrebbe essere utile per dare maggiore garanzia anche se limitata come tutte le leggi. Resta però importante per il riconoscimento dell’Etna come grande zona vinicola. Le Docg solitamente arrivano dopo che il mercato ha espresso la sua opinione, sono un coronamento.

Cosa pensi in generale della Sicilia del vino?

Può considerarsi come il nuovo mondo per sole, luce a profusione. Vi si possono fare ottimi vini con un buon rapporto qualità prezzo. Ma c’è ancora tanto da valorizzare con un approccio tecnologico che conduca a vini competitivi. Ci sono varietà strutturate che con un lieve taglio e poco sforzo possono diventare più accessibili.

Quale vino nuovo ha in testa Graziani?

Ho fatto una piccola sperimentazione col Riesling da approfondire. Due test mi hanno portato a pochissime bottiglie di un vino che ho chiamato “Argento 47”. Solo 150, non immesse sul mercato. Ci sto lavorando e nel frattempo ho impiantato altro Riesling. Poi c’è un vigneto a piede franco a Passopisciaro, con una biodiversità ricchissima di varietà come Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Alicante, Francisi, Grecanico e altre. Conto di fare una prima sperimentazione.

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