Giuseppina Torregrossa: “Impariamo a rendere più giocoso il linguaggio del vino”

message
No comments
star
Total Rating: 0

di Francesca Landolina

Giuseppina Torregrossa è una scrittrice italiana, palermitana di origine. Abbiamo scelto lei per una chiacchierata informale sul vino. Niente di tecnico; del resto, lei stessa se ne accerta, con l’approccio garbato e umile che la caratterizza, ancora prima di iniziare la nostra conversazione. Non conosce le peculiarità dei vitigni, dei territori, i segreti del vino di enologi e di addetti ai lavori, ma è una donna che ama le cose buone e, tra queste, non mancano di certo il cibo e il vino, quei piccoli grandi piaceri che ha raccontato attraverso i suoi romanzi, facendoli diventare elementi imprescindibili di storie che parlano di Sicilia, di tradizioni, di amori, di eros e di tanto altro. La Torregrossa è senz’altro una scrittrice che sa usare le parole, le rende materia viva, creativa, e questo aspetto, in qualche modo, la rende simile alla stessa natura del vino, che continuamente si trasforma.

Parliamo di rapporto con il vino. Lei che tipo di consumatrice è?
Sinceramente sono una consumatrice saltuaria e mi sento in difficoltà quando devo abbinarlo ad alcuni piatti, per cui chiedo sempre aiuto a qualche amico sommelier o a qualche produttore. Ma vorrei saperne di più e soffro del fatto di non avere una cultura dedicata. So che ci sono delle cose che mi restano in mente quando bevo un vino, delle sensazioni. Penso di poter dire che amo il Cerasuolo di Vittoria, perché lo trovo non troppo strutturato per il palato. Non solo buono, ma anche trasversale, più facile da abbinare. È come un abito di alta sartoria: non conta sapere chi lo produce, è di qualità a prescindere da questa informazione. E forse è il motivo per cui a me piace. Insomma, come si dice: “dove lo metti sta!”.

Bere bene, secondo lei, è un indicatore culturale?

Assolutamente sì. Bere bene è un fatto culturale. La conoscenza del mondo del vino non è però così diffusa, spesso è superficiale, poco approfondita. Non c’è stato un fenomeno come “Masterchef”, parallelo al mondo vinicolo. Ma sappiamo ugualmente che non ci si può affidare al vino del contadino, come si faceva una volta, per bere bene. Oggi le aziende vinicole sono garanzia di qualità. Chi è colto è anche più sensibile al tema della qualità.

Oggi quindi si beve meglio?

In linea di massima sì. Il vino si compra e anche il livello base è buono. Ricordo che mio nonno, nato nel Novecento, intorno agli anni ‘60 faceva il suo vino. Quando lo portava a tavola, lo si beveva. E alla domanda “com’è?”, mia nonna rispondeva “un poco spirituliddo, ma almeno uno sa cosa beve”. Magra consolazione.

Cosa manca da parte del pubblico in termini di conoscenza?
Manca la percezione di ciò che c’è veramente dentro il calice. Sono stata molte volte ospite di produttori di vino, anche durante la vendemmia e sono rimasta estasiata e rapita dal rito collettivo che si consuma tra la gente che partecipa. Ed è affascinante anche ciò che accade dopo in cantina, indipendentemente dalle scelte tecniche, tradizionali o antiche o quasi ancestrali, come avviene, per esempio, con l’uso delle anfore in terracotta. Il processo chimico che segue ti fa pensare a qualcosa di alchemico, di naturalmente magico. Quando partecipi ad una vendemmia, anche se osservi semplicemente, ti accorgi poi di quanta allegria aleggia nell’aria. Chi beve in quel mondo è allegro, agile nello scambio di idee. È coinvolgente farne parte, anche se si finisce con il parlare sempre e solo di vino.

Pensa che si crei troppa distanza tra chi fa parte del mondo del vino, dall’interno, e chi è fuori, consumatori compresi?
Penso che manchi una figura intermedia che sappia fare da mediatore culturale. Molte volte, ironizzando sorridiamo pensando al personaggio di Antonio Albanese che interpreta il sommelier. Al di là degli stereotipi, tuttavia, bisognerebbe non solo essere meno autoreferenziali, ma adottare un linguaggio semplice. Manca un linguaggio di diffusione che non faccia uso di tecnicismi. Manca un linguaggio giocoso.

Cibo, eros, letteratura. Lei con i suoi romanzi è riuscita a trovare un modo intrigante per parlare di cibo e di cultura.
Il mio primo libro L’assaggiatrice è un esempio. Ho messo insieme cibo, eros e vino in un romanzo. Ma noi la immaginiamo una storia d’amore che comincia davanti ad una bottiglia di acqua minerale? Direi di no. Quel lavoro mi ha anche dato la possibilità di confrontarmi con alcuni produttori di vino.

Quindi la letteratura le ha aperto le porte delle cantine, facendole scoprire qualcosa di più sul vino?
Sì. Per via del mio lavoro, presentando libri o attraverso altre iniziative culturali, ho conosciuto diverse realtà vinicole siciliane. Sono stata alle Cantine Pellegrino, alle cantine Donnafugata di José Rallo, alle cantine Florio, per citarne alcune. E posso dire che il vino sicuramente fa nascere amicizie. Sono diventata amica di alcuni produttori perché ci siamo conosciuti in occasione di eventi, in qualche caso. Potrei nominare Giusto Occhipinti di Cos, Arianna Occhipinti, Mariangela Cambria di Cottanera, Pucci Giuffrida della cantina Al-Cantara. Con lui è nata la proposta di portare in teatro la storia di Virginedda Durata, vittima di femminicidio, quando ancora in Sicilia il fatto assumeva i connotati di una “tragedia normale”. Poi posso citare anche Francesca Planeta, con cui ho condiviso l’esperienza di un festival letterario a Scopello, in provincia di Trapani.

Quindi il vino favorisce i legami di amicizia? Sì, porta amicizia. Forse perché in esso c’è una nota di sacralità, che per chi crede ha una matrice religiosa. Viene bevuto in segno di alleanza, e per i cattolici è quella tra Dio e gli uomini.

Da donna, cosa pensa di quella polemica rimbalzata su tg e social qualche tempo fa, innescata da una giornalista televisiva nel dire che le donne che bevono vino lo fanno per darsi un tono?
Sinceramente non la ricordo, probabilmente perché non ho molta considerazione delle parole di quella giornalista. Poi, si sa, la mamma degli scemi è sempre incinta. Le donne bevono perché sanno apprezzare e hanno gli strumenti culturali per farlo. Io, per esempio, fumo il sigaro. Non certo per darmi un tono. Forse mi illudo che mi faccia meno male della sigaretta.

Il sigaro, a volte, è compagno di vini da meditazione...

Sì, mi piace abbinarlo ai passiti, ai rum e all’assenzio. Mi capita però ogni tanto: bere da soli è un po’ come fare l’amore da soli: è più bello in compagnia.

Vino: vizio o virtù?
Ogni virtù, se in eccesso, diventa vizio. Penso che il vino sia come un collante, un alleato, pensiamo al fatto che allenta i freni inibitori; è un buon complice, se dosato bene.

C’è un ricordo che la lega al vino in modo particolare nella sua vita?

Facevo le vacanze a Scopello, in provincia di Trapani. Le temperature erano altissime, con punte di 40 gradi. Attraversavo un periodo non facile della mia vita: era morto mio padre. Non so se fu un modo per reagire, ma essendo una sportiva, ogni giorno verso le cinque del pomeriggio andavo a correre. All’angolo del paese, c’era la bottega dell’ “assaggiatrice”, colei che ha ispirato il mio romanzo di esordio. Era una bottega di vini e prodotti locali. Ma parliamo di venti anni fa. Con quel caldo afoso, mi chiamava e mi chiedeva: “che fa se lo beve un bicchiere di vino con me?”. Era un Nero d’Avola. Tremendo. Ma, traballante, me ne tornavo a casa con il sorriso.

Donne, cultura e vino. Tema di quest’anno dell’associazione Le Donne del Vino. Per lei qual è il nesso?

Il vino è un alimento che subisce continui cambiamenti; una materia viva, come il corpo delle donne. Ciò che lega le donne al vino è la natura stessa, la capacità di adattarsi, di evolvere, tirando fuori il meglio.

Se dovesse brindare al suo prossimo successo letterario, quale vino immaginerebbe di bere?

Un vino bianco, uno dei nostri spumanti siciliani, un metodo classico extra brut. Probabilmente, lo berrei in campagna al calar del sole, quando ancora non è buio e il cielo è trasparente. In cielo, si vede una lieve sagoma lunare e davanti ai miei occhi c’è una distesa di viti. Lo berrei felicemente e in buona compagnia.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Ti aspetta il 10% di sconto sul tuo prossimo acquisto

*Non cumulabile con altre offerte o sconti. Il codice sconto deve essere inserito durante il processo d'acquisto. Non è possibile applicare lo sconto dopo aver effettuato l'ordine.
Valido una sola volta per cliente ed ordine.
Inserendo l'email dichiaro di avere preso visione dell'informativa privacy e di acconsentire al trattamento dei dati personali per finalità di marketing da parte di Novamed srl.

Prodotto aggiunto alla lista dei desideri