Il sommelier Nando Papa: “Il vino è come il jazz, prima conosci le regole, poi puoi anche cambiarle”

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di Francesca Landolina

Da diversi anni Nando Papa è head sommelier del Verdura Resort di Sciacca, esclusivo e lussuoso gioiello sulla costa agrigentina della collezione Rocco Forte Hotel ed è senza dubbio uno dei migliori sommelier d’Italia, un vero e grande conoscitore di vino. Il grande amore per le bollicine gli ha permesso di essere insignito nel 2018 dell’ambito riconoscimento di Chevalier de l’Ordre de Coteau de Champagne, nella Cattedrale di Reims, onorificenza che non ha bisogno di spiegazioni per gli addetti ai lavori. E lo scorso anno è divenuto “Officier des ordre des couteaux des Champagne”. Il suo curriculum è a dir poco straordinario.

Classe 1968, di origini campane ma siciliano d’adozione per amore, Nando Papa collabora con il Verdura Resort da dieci anni, e attualmente dirige uno staff di quattro sommelier, una wine list con oltre 800 etichette e una cantina con 13.000 bottiglie. La sua è una passione nata nel 1990. Da semplice cameriere, gli bastò ammirare l’eleganza di un personaggio che girava tra i tavoli con la bottiglia di vino in mano, tenendola come fosse un tesoro, con il vistoso Tastevin al collo, per capire che avrebbe fatto quello nella vita. Ha servito due pontefici, Karol Józef Wojtyła e Joseph Aloisius Ratzinger. E passando dal sacro al profano, o forse non molto per un napoletano doc, è stato sommelier di Diego Armando Maradona. Fidato consigliere di vini anche per moltissime star del cinema italiano e internazionale, e per artisti come Claudio Baglioni e Gianna Nannini. Ma ciò che lo contraddistingue in assoluto è il suo amore per il vino: viscerale.

Il tuo rapporto con il vino?

Emozionante, perché dopo tanti anni riesco ancora a commuovermi. Penso al vino come ad un’opera d’arte che traccia il tempo, che lo immortala. Per me il vino è una fotografia che puoi bere. Ogni volta che stappo una bottiglia mi torna in mente un ricordo. Quello indelebile è di uno Chateaux D’Yquem 1903. Mi trovavo in un ristorante tre stelle Michelin a Padova. Un cliente lo aveva comprato all’asta per nove mila euro. Si girò verso di me, riconoscendomi, per un parere. Lo bevemmo insieme. Un’emozione unica. Un vino di 99 anni.

Cosa pensi del vino siciliano?

Il mondo del vino siciliano sta bene e si sta allineando a quello nazionale e internazionale. Adesso tutti stanno giocando e andando oltre la zona di confort. Alcuni hanno capito che la tradizione va perpetuata e migliorata; altri si spostano di più sull’effetto stupore con vini in anfora, bottiglie strane, etichette serigrafate e particolari. Ma bisogna riflettere. Prendiamo per esempio il caso dell’ancestrale, che si ottiene lasciando che il vino fermenti all'interno della bottiglia: il metodo nasce per sbaglio, per errore, come per tutti i grandi vini è dunque un vino sbagliato. Oggi non devi provocare a tutti i costi e se proprio vuoi farlo, impara prima a rispettare un percorso di lunga tradizione. Dovrebbe funzionare come nel jazz: prima conosci le regole e lo dimostri, dopo puoi farlo anche ‘strano’. Il vino prima di ogni cosa deve essere una polaroid scattata. Altrimenti perché nomi come Frescobaldi, Biondi Santi, Pio Cesare, Rinaldi seguono sempre la stessa strada?

Quale territorio vinicolo sta meglio in Sicilia in questo momento?

Il mio cuore è per l’Etna, lì si sta facendo bene, ma ci sono anche altre realtà e territori fuori dall’Etna che sono ottimi esempi. Est e Nord Est sull’Etna mi piacciono molto. Se parliamo di ‘extra Etna’, per i rossi menzionerei la zona di San Lorenzo nel sud est della Sicilia e quella di Cammarata nell’agrigentino. I vini di costa di pronta beva vanno bene, se non si violentano.

Pensi che ci siano delle forzature per alcuni vini?

Beh, certo. Il Grillo, per esempio, è violentato perché non dovrebbe vedere legno. Alcuni pensano di fare un Meursault, ma non è possibile. È come prendere una Panda e montarci un motore da tremila cilindri. Insomma, un ‘vorrei, ma non posso’. I vitigni devono essere trattati in base al terroir in cui nascono. Stiamo facendo invece un po’ di voli pindarici.

E sugli altri vitigni?

Il Nero d’Avola è più adattabile. Il Perricone è anch’esso maltrattato, un po’ come il Catarratto. Nelle annate fredde se si usano barrique il vino si snatura. Penso che davvero il legno sia distruttivo a volte. Solo per lo Chardonnay può andare bene ma per le nostre uve a bacca bianca bisogna fare molta attenzione. La Sicilia è terra vulcanica e di mare e non è in linea di massima una zona da legno.

Cosa pensi della salute dei vigneti siciliani?

La salute delle vigne è perfetta ma deve cambiare il punto di vista del produttore. La terra fa il suo ma la responsabilità poi è di chi produce. In Sicilia ci sono tante famiglie del vino che fanno un buon lavoro. E si vede dove c’è una famiglia che fa bene. Il rispetto è tutto e ricordiamoci che è soprattutto insito nella natura del contadino.

Cosa pensi del futuro del vino siciliano?

Lo zoccolo duro piantato dalle grandi famiglie del vino conterà tanto ancora anche per il futuro e la tradizione continuerà. La gente beve e berrà ancora il marchio che non ha mai deluso. Le nuove generazioni stanno facendo bene e credo che il futuro sia nelle loro mani. Sull’Etna esploderà ancora una bomba perché con la Docg i prezzi aumenteranno e le bottiglie finiranno presto. Aspettiamoci dunque la ‘nuova Borgogna’. In generale, il marchio Sicilia sta avendo successo all’estero e penso che crescerà, tanto da attrarre ancora nuovi investitori stranieri.

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