di Francesca Landolina
Il suo esordio nel mondo del vino è datato 2004. Da allora in poi, è seguita una storia di determinazione, coraggio, visione. È la storia di Nino Barraco, uomo di Marsala e del Marsala (pre-British naturalmente). Quel territorio, baciato dal mare e dal vento, il vignaiolo marsalese ce l’ha nel sangue. Di strada Nino ne ha fatta e nel frattempo tante cose sono mutate, perfino i suoi vini. Ma guai se non fosse così. “Un uomo che pensa di sapere tutto e di essere arrivato non vive, non cresce, non evolve, un po’ come il vino. La vita la scopri andando avanti, esperienza dopo esperienza e incontro dopo incontro”, ci dice. Lo abbiamo intervistato perché come sempre Nino Barraco ha qualcosa di nuovo da dire, da fare. Sì, sono passati già diversi anni dal suo “inizio”, eppure quel marsalese caparbio è il sognatore di sempre.
Ciao Nino, è da un po’ che non facciamo due chiacchiere. Dai tuoi inizi ne è passato di tempo. Cominciamo così: come si sente il Nino Barraco di oggi?
Mi sento ancora piccolo, pieno di curiosità; ci sono mille mondi da esplorare; strada facendo ti accorgi di quanti dettagli cambiano e con essi risultati e prospettive, che si fanno diverse. Sono ancora quello che ha tanti sogni per la testa. Vorrei fare mille vinificazioni, ma poi ci pensano le annate brutte a rallentarmi un po’.
Cosa è cambiato in te in questi anni da vignaiolo?
La consapevolezza: prima non c’era ed ero pieno di mille paure. Negli anni ho acquisito sicurezza. Oggi se guardo indietro lo faccio attraverso i miei vini; conservo annate vecchie in un archivio meraviglioso, e mi rendo conto che se sono tutte buone, il merito è soprattutto del territorio, del vitigno, del modo di lavorare il vigneto. Oggi ne sono più consapevole.
Trovi più consapevole anche la Sicilia del vino?
La Sicilia del vino la trovo in ottima forma. Non l’ho mai vista così bella. Anni fa c’era un solo e unico racconto di questa grande isola, un po’ plastificato, artefatto, oggi invece la Sicilia del vino è più viva che mai, ricca di idee e di mille sfaccettature. Con più territori emersi e più produttori, molti dei quali giovanissimi.
Trovi cresciuto anche il tuo territorio, Marsala in particolare?
Beh, sì. Anche il mio territorio sta crescendo. C’è un bel movimento portato avanti da una nuova generazione, che ci crede e che lavora bene. Le cantine sociali sono ridimensionate, c’è più individualità incanalata verso un comune obiettivo: dare voce al territorio. Insieme a produttori come De Bartoli ho dato valore al Catarratto. Adesso siamo di più a farlo.
A proposito del Catarratto, è un vitigno a cui credi molto…
Quando sento parlare di Catarratto penso: “Ecco, il vino!”. Parliamo di un prodotto culturale che ha un rapporto unico con l’uomo, intreccia uomo e natura. Circa l’80 per cento della produzione siciliana di vino è fatta di Catarratto e nella nostra zona è il vitigno primario. Col Catarratto ho un legame affettivo. E non solo. Qui è stato coltivato da generazioni ed è per questo che penso che con i marsalesi abbia stretto una relazione quasi di simbiosi. Si è creata quasi una compenetrazione. Se il vino è cultura per noi non c’è miglior vitigno capace di raccontarci nel miglior modo possibile.
Secondo te oggi questo vitigno è valorizzato davvero o soffre di qualche “mancanza”?
Il Catarratto è coltivato un po’ ovunque. Apprezzato oggi. Penso, tuttavia, che bisognerebbe credere di più nella sua naturalezza e in quello che ci può dare. Qualcosa di artefatto in giro c’è. Bisognerebbe fidarsi invece delle sue declinazioni ossidative, lasciare che si sveli per quelle sue potenzialità. Personalmente, dal Catarratto ho tirato fuori molteplici e diverse istantanee, passando da una versione fresca da godere in gioventù ad una più matura, con il Fior di mare che esce dopo due anni ed esprime l’austerità del vitigno; e poi la versione ossidativa di Altogrado. Stesso personaggio, insomma, visto da più prospettive.
Cosa pensi invece del Catarratto in versione spumante?
Versione valida, direi, ma personalmente non ho mai creduto nella sua spumantizzazione e non per un motivo particolare. L’amaro nella rifermentazione mi dà l’idea che possa farlo risultare più duro. Una riflessione personale la mia. Ma mi fido del mio istinto.
Biologico è sempre sinonimo di buono?
Se il biologico è buono? Sempre? Beh, diciamo che è una buona base di partenza, perché vuol dire che le uve non hanno visto chimica. Meglio che ci sia quel biologico. Detto ciò, bisognerebbe poi fare un approfondimento sul lavoro da fare in cantina, con l’aiuto di coadiuvanti concessi. L’abuso di questi ultimi vale anche per il biodinamico, in cui sono meno presenti ma in ogni caso snaturano il territorio. La chimica in definitiva nasce per i territori di serie B.
Parliamo di Grillo o Grilli?
Quando a parlare ci sono i territori, non c’è una sola verità. Certamente, a volte si incontrano versioni esuberanti, io lo preferisco nelle versioni austere. I profumi derivati dai terpeni, secondo me, non rappresentano la storia del Grillo; io lo immagino più austero e meno propenso alla stravaganza. Però ognuno segue la sua strada. Personalmente, faccio sei Grilli in purezza, anche se non posso dichiararne neanche uno...
Ti riferisci al fatto di non poter scriverlo in etichetta?
Sì, penso di aver dedicato tanta attenzione al Grillo e di averlo valorizzato come pochi; mi ispiro alle origini senza dubbio ma mi viene negata la possibilità di inserire la parola Grillo. Per una persona che ha cominciato a lavorarlo nel 2004, è tanto. Da un punto di vista analitico i miei vini sono ineccepibili, quindi si va su parametri soggettivi. Questo mi rammarica a volte perché faccio tanto per il territorio. Attenzione, non cambia nulla per quel che riguarda la forza del mio brand, anzi…ma vorrei vendere Grillo Barraco perché lavoro per il territorio, non per l’oasi Barraco.
Parliamo dei rossi, il Perricone è un altro vitigno del territorio. Una storia con diversi risultati…
Ci abbiamo provato tanto col Perricone ma ci manca un know-how che è più difficile da raggiungere. Ho lavorato sempre col monovarietale e penso di avere raggiunto poche volte piena soddisfazione. Nelle ultime annate, dalla 2022 in poi, ho fatto esperienze con dei blend.
Quindi non sei più a favore del Perricone in purezza?
Alcune annate sono state buone ma è capitato due volte ogni quindici vendemmie. Il suo comportamento è altalenante. Forse qui nel mio areale c’è bisogno di più acqua. Per questo motivo l’ho unito al Nero d’Avola. Se fossi un giovane produttore oggi non farei più monovarietali. Sarebbe interessante fare passi avanti con blend di vitigni. Le persone emigrano e così i vini.
In passato i blend erano una prassi consolidata, poi in Sicilia si è cominciato a valorizzare i vitigni autoctoni, in purezza. Non starai parlando di certo di un ritorno al passato?
Assolutamente no. Parlo di un nuovo orizzonte infatti. Anni fa questo pensiero non mi sfiorava minimamente. Ma era giusto farsi conoscere, dire al mondo: “Ecco chi siamo”. Oggi possiamo aggiunger nuovi tasselli e segnare una ‘nuova era’ del vino in Sicilia. Perché non guardare ad altri vitigni del Mediterraneo? Pensare ad un incontro tra la Sicilia e la Grecia per esempio? La cosa più bella della vita è lasciarsi contaminare. Pensiamo a vitigni da luoghi simili ai nostri, che si sono adattati al caldo e alla siccità.
Pensi quindi ad vino del Mediterraneo nella ‘nuova era’?
In un’epoca più matura si può osare con logica. Non seguendo la moda, perché ‘quel’ vitigno ha un certo appeal. Sì, il mio è un approccio più filosofico, direi. Perché non ragionare su un modello di vino del Mediterraneo? L’esatto contrario di quello che ci è stato imposto finora.
Quali sono i modelli imposti a cui fai riferimento?
Penso al modello di bianco già impostato dalle guide. Non sono più il punto zero. Io non mi riconosco in quei modelli. Perché dovrei fare un vino che, per esempio, somigli al colore bianco carta della Borgogna e non al giallo oro della mia terra?
Quindi è in arrivo un nuovo vino Barraco, non convenzionale come sempre?
Sto lavorando. Ho dei progetti. Sono stato ispirato negli ultimi anni da luoghi, da amici, da incontri. Ma il percorso è lungo. Ci vuole pazienza. Col vino è così che funziona.
E lo Zibibbo? Quale identità gli riconosciamo?
Per me è il vino su cui puntare in futuro. Si pensa che lo Zibibbo, al contrario del Grillo, non possa prestarsi all’invecchiamento. Poi però accade qualcosa: apri una bottiglia dopo 15 anni e ti meravigli. Lì capisci che i dati analitici servono fino ad un certo punto. E allora si deve lavorare tanto.
Per concludere, che colore ha il futuro del vino secondo Nino Barraco?
Bianco. Al limite aranciato.