Roberto Alajmo: “Il mondo del vino è un unicum in Sicilia: un circuito virtuoso che porta la concorrenzialità a virtù”

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di Francesca Landolina

Nel terreno a tratti nebuloso delle nozioni e dei tecnicismi sul vino, diamo la parola a chi il vino lo beve senza farne un culto e senza che il rapporto con esso si risolva con un consumo quotidiano. A chi le parole le usa bene, le cerca minuziosamente, le scolpisce, le esplora. 

“Tra me e il vino c’è un rapporto di stima”. Con il buon gusto di osservare le cose in modo distaccato, così comincia a parlare di vino, Roberto Alajmo, scrittore, giornalista e drammaturgo italiano.

Dal vino si lascia sedurre se è irrinunziabile, ma dice di essere più attratto dalla sua storia e da come si innesta in quella siciliana: “Se non altro perché è una delle poche e rare eccellenze di cui la Sicilia può vantarsi”.

Cosa ne pensa Roberto Alajmo del vino siciliano?

“Secondo me il mondo del vino in Sicilia dovrebbe fare da esempio per molti altri settori. Ci sono in allineamento tre cose: il clima e la posizione geografica, la cultura in generale e la cultura d’impresa, in particolare, che è l’ingrediente che manca in tutti gli altri campi. Quello che invece hanno avuto alcuni grandi come Giacomo Rallo e Diego Planeta, uomini con uno spirito cooperativistico che da sempre è sconosciuto, nell’isola. Quello che è successo nella storia del vino è un unicum in Sicilia: un circolo virtuoso in cui la concorrenzialità è stata elevata a virtù senza diventare vizio. Nella nostra terra si tratta di un caso più unico che raro. Nel mondo del vino la rivalità non è diventata invidia e autolesionismo. Tendenzialmente godiamo della disgrazia del vicino piuttosto che del nostro successo, mentre nel vino questo non è accaduto. Gli “illuminati” del settore vinicolo nel recente passato hanno dimostrato che giocare di squadra si può”.

Lei visita spesso la Francia. Abbiamo da imparare dai francesi sul vino?

“Di sicuro la presunzione, quel che i francesi possono insegnare a tutto il mondo. In realtà, hanno in quantità maggiore lo spirito di cordata. Il vino francese è un monolito difficile da scalfire. Tutti vanno nella stessa direzione. Sotto questo punto di vista possiamo imparare molto, per il resto la lungimiranza dei grandi viticoltori siciliani è stata d’apertura al mondo. Loro sono stati capaci di smettere di guardare al proprio ombelico, che a un certo punto sembrava ridotto al mondo del Marsala oltre al quale non sembrava ci fossero orizzonti. La Sicilia era un grande serbatoio per vini da taglio. Oggi, lo dico da osservatore esterno, mi pare che non abbia nulla da invidiare ad altre terre del vino”.

Ci sono anche nuove e piccole cantine che crescono. Ma il consumatore medio percepisce l’accresciuta qualità?

“Il consumatore abituale più o meno empiricamente percepisce la qualità del vino. Ma non so quanto se ne consumi realmente, nella nostra regione. Il vino, secondo me, in Sicilia è come la poesia, tutti ne producono e pochi ne consumano. C’è qualità, ma c’è ancora un consumo limitato, su cui pesa una cultura atavica. Si pesi al repertorio di proverbi siciliani che invitano a diffidare di colui che beve vino”

Il vino di qualità, secondo lei, è elitario?

“In Sicilia in generale il consumo di vino oscilla fra due estremi: o taverna o enoteca. Penso che il vino di qualità sia appannaggio di una élite. E per me questo è un complimento. Elite è una parola che dovremmo riprendere in considerazione. La parola deve tornare a indicare l’eccellenza, la cultura. Nel caso del vino, credo che la qualità si accompagni all’intelligenza e l’intelligenza si ritrova in una categoria sociale che oggi tende a nascondersi e avvilirsi. Bere bene è un ideale di bellezza. In questo senso lo considero felicemente elitario” 

Vizio o virtù nella letteratura?

“Beh, i due più grandi scrittori siciliani della seconda metà del Novecento erano ambedue astemi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Leonardo Sciascia. Una volta, mi trovai a pranzare a casa di Sciascia e lui offrì a tavola il suo vino, quello fatto in casa.  Era il tipico e temibile “vino del contadino”, dal grado alcolico imprecisato e fuori scala. Benché astemio, Sciascia ne era particolarmente orgoglioso, era una prova di attaccamento al territorio. Era il ‘suo’ vino e aveva il piacere di offrirlo ai suoi ospiti”

E per Alajmo?

“Il vino per me è convivialità. Quando scrivo non bevo, anche perché scrivo soprattutto di mattina e Il vino è un piacere serale. Sicuramente se bevo un calice poi sono più bravo a parlare qualche lingua straniera, ma nella scrittura devo avere pieno controllo di me e di quello che produco”.

Cosa preferisce bere?

“Sono più tipo da rosso, il Nerello Mascalese mi piace molto. Il Cerasuolo di Vittoria invece riassume bene, secondo me, la parabola del vino siciliano, perché oggi mostra un’insospettabile leggerezza, che si lascia alle spalle la vecchia idea del vino siciliano pesante e dall’alto tenore alcolico. In generale l’Etna mi affascina molto, per la sua vocazione prima devastante e poi fertilissima” .

Il vino può essere un complice?

“Per il contatto umano, per la seduzione, anche. Il vino è un modo per creare una bolla, attutire il rumore di fondo e tenere fuori le cose più inquinanti; è una sorta di terzo occhio che, quando la razionalità ha esaurito le sue risorse, aiuta ad accedere al dionisiaco, ad andare oltre le nostre facoltà. Per molti poeti l’alterazione è creatività, pensiamo a Bukowski, che peraltro beveva male, ma si manteneva sobrio per correggere, per riportare tutto a un ordine. Io sono al contrario: devo essere lucido quando scrivo. Il vino lo bevo solo per brindare al termine di un lavoro”

Vino e musica. Quale colonna sonora perfetta?

“Forse il jazz classico, che è un genere che amo. Lo abbino ad un buon passito di Pantelleria”. 

Per il prossimo libro di Alajmo, che vino scegliamo?

“Forse delle bollicine. Ma mi affiderei per un consiglio a chi ne capisce di più di me”.

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